Morningstar Investor - Novembre/Dicembre 2012 - (Page 32)

Asset Allocation Un pizzico di nuovo riduce il rischio Di Marco Frittajon Un portafoglio che diversifica sui mercati di frontiera, oltre a emergenti e sviluppati, ha un livello di rischio più basso. Cosa mettere in portafoglio e come pesare i vari elementi è un’arte come quella di cucinare. Il tema è importante perché se da una parte sappiamo che la completa diversificazione si ottiene possedendo una quota del portafoglio di mercato (definito come portafoglio che contiene tutti gli strumenti di investimento al momento negoziabili), d’altra parte ci si chiede quanti titoli è sufficiente detenere al fine di avere una adeguata diversificazione. La ricerca della dimensione minima del portafoglio è alla base della teoria del portafoglio da ormai quarant’anni ed è in continua evoluzione. Rispondere alla domanda “Metto o non metto in portafoglio i mercati di frontiera?” richiede l’analisi attenta delle esigenze dell’investitore. Dal punto di vista più strettamente quantitativo, ci si domanda se i mercati di frontiera migliorino la diversificazione del portafoglio e quindi se apportino vantaggi in termini di rischio/rendimento. Non solo correlazioni Dall’analisi della correlazione dei rendimenti degli indici Msci sulle macro regioni di investimento di interesse (mercati sviluppati e non) si ottiene un primo indizio. La figura 1 mostra la dinamica delle correlazioni fra i mercati sviluppati (Europa/mondo) che si attesta attorno al 90%. Evidente invece è il diverso livello di correlazione fra Europa e mercati di frontiera il cui range è variato nel recente passato fra il 15% e il 70%, picco raggiunto durante l’ultima crisi finanziaria, per poi riportarsi attorno al 20%. Il livello di integrazione dei mercati di frontiera è un altro elemento da studiare poiché è il canale attraverso il quale l’informazione si popaga e i prezzi tendono ad avere una dinamica convergente. Da qui gli effetti e i benefici di diversificazione per l’investitore evoluto, non concentrato sul mercato domestico. Non solo, lo studio sulla variabilità dei rapporti di dipendenza fra mercati sviluppati e di frontiera ed il livello della loro integrazione in periodi di stress finanziario come nel caso della grande crisi del 2007-2008 è di notevole interesse per capire come questi evolvono nel tempo. Un po’ di matematica Un modo per approcciare il problema è attraverso l’analisi dei componenti principali (PCA). Si tratta di una procedura matematica che permette di trasformare un numero di variabili casuali correlate fra loro in un numero di componenti non correlati (tecnicamente si parla di ortogonalità) e dalla relativa forza nel catturare la variabilità del sistema di variabili d’origine. In altre parole, permette di spostarsi in un ambiente in cui è chiaramente misurabile il grado di diversificazione del portafoglio e di determinare il livello di integrazione fra i mercati in cui si investe (ovviamente dipende dall’obiettivo dell’analisi). La peculiarità di questa procedura è quella di estrarre il fattore principale, che viene identificato come il fattore “mercato globale”, di misurarne il coef- ficiente di relazione lineare con i vari mercati di riferimento attraverso una regressione e di studiarne l’R2 aggiustato (Berger 2010). In tabella 1 si vede come ci sia un’importante mancanza di integrazione con l’indice dei mercati di frontiera, a differenza di quelli sviluppati ed emergenti. A supporto di questa affermazione si vede come il coefficiente di determinazione, R2 aggiustato, indichi che il componente principale (PCI) spiega molto poco in termini di variazione dei rendimenti dei mercati di frontiera, nonostante – anche qui – esso spieghi la maggior parte della variazione nei mercati sviluppati ed una buona parte per gli emergenti. L’analisi infraperiodale mette in luce una dinamica temporale sul livello di integrazione dei paesi di frontiera, a volte avendo trend crescenti ed altre decrescenti. Inoltre è da sottolineare che i break strutturali sono diversi e peculiari per ogni paese (o area di riferimento): si pensi al gruppo dei paesi latini, africani, sauditi ed europei, ovviamente questi hanno eventi di maggiore o minore criticità perché legati regionalmente agli interessi politici ed economici. Uno studio di Nikkinen, Piljak e Rothovius (2011) sull’area europea conferma l’accelerazione dell’integrazione dei paesi di frontiera a seguito dell’entrata nell’Unione europea e durante la crisi del 2007/8. I paesi presi in considerazione (Croazia, Estonia, 32 Morningstar Investor Novembre / Dicembre 2012

Tabella dei contenuti per la edizione digitale del Morningstar Investor - Novembre/Dicembre 2012

Morningstar Investor Novembre/Dicembre 2012
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Chi sta sulla frontiera
Il numero magico è 1,2 miliardi
Acrobazie sulle dune africane
Medio oriente incompreso
La piccola frontiera europea
Chi bussa all'Asia emergente
Le mine vaganti
Il caro prezzo dei terremoti
Un'obbligazione contro le catastrofi
Se l'emigrante fa bene al Pil
Sviluppo oltre le etichette
Un pizzico di nuovo riduce il rischio
Borse, i big delle commodity vanno all'estero
Il fondo esploratore è giovane
Etf a confronto: Msci Corea
Gli strumenti Morningstar

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